Intervista a Francesco Augello


autore di E fu un attimo...



E fu un attimo… è una raccolta di poesie che prende vita il 24 febbraio del 2020, all’alba del lockdown che ha visto l’intero paese, tutto il mondo, chiudersi in se stesso, ma senza perdersi d’animo, per affrontare il triste fato, l’epidemia globale da Coronavirus SARS-CoV-2. Lo stesso Francesco Augello è stato vittima del virus e durante quel periodo ha incubato e portato alla luce questa silloge.


Perché ha scelto i versi piuttosto che la prosa per dar voce al suo sentire?

Credo che siano stati i versi ad imporsi sulla prosa. I versi, da sempre, esprimono musicalità, contrari alla linearità di una prosa; infatti, non di rado, la poesia viene definita anche musica, ed anche la musica sa farsi poesia. I versi delle singole poesie di “E fu un attimo…”, hanno il potere di fissarsi nella mente grazie ad una sottesa musicalità, ed ecco il perché di tale scelta, direi, non scelta.


Crede che solo chi ha avuto il COVID 19 possa comprendere a fondo ciò che emerge dalle sue poesie o questo è possibile anche a chi non si è ammalato?

Ritengo che le poesie siano emerse per andare oltre il COVID 19, forse facendosi strada o prendendo a prestito il vissuto personale che poi è stato, ahinoi, di molti, ma senza l’intenzionalità alcuna di voler far emergere quest’ultimo, poiché le poesie hanno il potere di evocare, in ognuno, il proprio vissuto, aldilà che chi le legga abbia avuto o meno esperienza diretta o indiretta con la malattia indotta dal virus SARS-CoV-2. Chi poi ha avuto la fortuna di non farsi “abbracciare” dalla sofferenza indotta dal virus, potrà cogliere e riflettere tanto, più che sul COVID 19, sulla vita in sé, sulla brevità della vita, come scriveva Lucio Anneo Seneca nel 50 d.C. ca., nel suo decimo dei dialoghi filosofici, il “De brevitate vitae”, per far riflettere, (così lo stesso ammoniva i più illustri filosofi del tempo che ne lamentavano la brevità), su come il tempo di fatto non sia breve, ma che spesso lo impieghiamo male; ed io aggiungo che dovremmo viverlo di più poesia, impiegando il tempo a disposizione, oggi più che mai, per riscoprirla, per farla riscoprire, soprattutto ai ragazzi che, per natura loro, gestiscono il tempo come fosse illimitato e così ne sprecano tanto, dimenticando che sono, come tutti, esseri finiti e che hanno nel loro esistere anche la morte, come diceva Martin Heidegger nel suo testo novecentesco, in essere tempo, sull’essere per la morte, ma che spesso dimenticano quel Dasein che caratterizza l’uomo, ovvero la sua stessa esistenza.


Cos’è per lei la poesia?

Potrei rispondere in modo accademico, proprio come farebbe un mio collega di lettere spiegando ai suoi alunni che la poesia è “La produzione letteraria in versi riferibile ai limiti di una classificazione storica o estetica o di una attribuzione individuale”; ma la poesia, per me, va oltre la produzione o, come i greci la definivano, il creare con arte secondo leggi proprie della metrica. Ebbene la poesia può emergere anche attraverso il recupero di sonorità anacronistiche e apparire come nuova nello stile o forse è semplicemente uno stile così recuperato nel tempo che proprio ciò, nella sua apparente semplicità, altro non rappresenta che il recupero di se stessa, di una sua forma d’essere o d’esser stata, quando la poesia era semplicemente suono, musica, colei che aveva e che, ancora oggi può avere ed ha, il dono di fissarsi anche nella mente dei bambini, di quanti poco o nulla sanno di poesia o, ancora, in coloro che ne ricercano, spesso, solo l’espressione aulica, e quando ciò accade ecco che la poesia si fa universale, senza tempo.


Qual è la dinamica di distacco e coinvolgimento da parte sua in quanto scrittore e lettore?

Chiarisco subito che poiché le poesie giungono a me nella forma in cui esse mi si configurano nella mente, proprio per tal ragione più che uno scrittore ritengo di essere un mediatore della poesia. È lei che mi governa in quegli attimi, senza una apparente ragione, forse solo una scelta di comodo, che non mi è dato conoscere; ciò lo dimostra il fatto che, anche come lettore delle poesie che trovano spazio e realizzazione, appaio catturato dalle stesse, per quell’istante, come un lettore che per la prima volta ha modo di accostarsi ad esse, cercando di comprenderle al meglio, e come ogni lettore, mosso dalla necessità di una rilettura di ogni singola poesia, quasi a testimoniarne, per un verso, la mia estraneità da scrittore o, se vogliamo, dell’essere poeta e, per l’altro, il desiderio di riesplorare le stesse o nuove sensazioni, verso dopo verso.


Che sensazioni prova quando rilegge le sue poesie?

È una sensazione di smarrimento e ciò diventa più forte quando mi ritrovo a rileggere una poesia dopo appena qualche giorno che la stessa ha preso forma e completezza; è una sensazione di profonda estraneità, di amnesia anche nei riguardi dei singoli versi, del titolo stesso, incapace, mi dico, di provare o sol tentare di ricomporla alla stessa maniera, anche un solo istante dopo che l’ho vista completarsi in quell’ultimo suo verso.


Nella dedica iniziale fa riferimento alle “parole taciute ma mai mute”, cosa generano queste parole nella vita di ciascuno di noi?

È vero, ritengo che la poesia sia in grado di ridare parola, in ognuno di noi, a quelle tante emozioni, positive o negative, troppo spesso taciute, soffocate, giustappunto, rese mute, tacendole, nel quotidiano persino a noi stessi, per via della cultura, degli insegnamenti, della personale sensibilità; ma esse, le parole taciute, nella poesia trovano il modo, sempre, per riemergere, aldilà del tempo, del trascorso o di quanto noi stessi siamo andati oramai avanti rispetto a ciò che spesso abbiamo taciuto, ma la poesia infondo ci ricorda che è nella natura stessa della parola non essere mai muta.


Cosa spera di suscitare nel lettore?

Semplicemente una commistione di vettori, quello emotivo, sonoro, sensoriale, letterale, ecc, ma unendoli in una kinestesia del pensare, ovvero un pensare, leggendone i versi, che coinvolga il corpo, perché è solo quando tutti i nostri sensi sono coinvolti nella lettura dei versi che allora emerge la grande musica della poesia, quella che ci permette di sconfinare, anche solo per un momento, oltre l’IO e far affiorare con consapevolezza ciò che la quotidianità sopisce nel profondo e che la poesia con la sua sonorità è in grado di far riemergere.


Il numero totale delle poesie è 19, c’è una ragione ben precisa o questo numero è dato dal caso?

Rimando alla lettura del volume per scoprirlo; è un aspetto che ho voluto chiarire in prefazione.


Che posto occupano i suoi aforismi prima di ogni immagine e poesia?

Il lettore potrà notare che il retro di ogni pagina, ove è collocato ciascun dipinto della pittrice Dinella Giuseppina Iacono, lascia uno spazio bianco considerevole; gli aforismi tuttavia hanno una duplice funzione: in un caso quello di stimolare il lettore ai tanti rimandi o ai perché dei versi della poesia che andrà a leggere, lo stesso vale anche per le singole pitture che anticipano o che consentono di riesplorare ogni poesia; nell’altro di far notare quel vuoto al di sotto degli aforismi stessi che potrà essere impiegato dal lettore per annotare, se lo desidera, le proprie sensazioni, rimandi a vissuti, emozioni per poi, magari nel tempo, tornare a rileggersi e rileggere quei versi per ri-scoprirsi o chi lo sa, forse un giorno, farsi ri-scoprire da chi ne leggerà i suoi sentimenti unitamente ai versi.


Dalla biografia leggiamo che è impegnato in altri campi, oltre a quello poetico. Come coniuga questi aspetti della sua vita?

Coniugare è il verbo che per eccellenza mi contraddistingue da sempre, la personale propensione e capacità di interessarmi a più cose della vita, dell’esistere, del fare. Se poi si vuol alludere al tempo, posso dire semplicemente che la poesia non me ne sottrae, essa stessa è tempo, perché è ella che, in qualche modo, mi permette di recuperare spazio e tempo per accostarmi umilmente ai suoi versi e solo quando ella lo desidera.


E fu un attimo... di Francesco Augello, Kimerik Edizioni



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